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Convertire... in poesia

Abbiamo osservato nei precedenti post varie vesti del verbo convertire, in questo post ci dedicheremo alla più alta elevazione delle parole: la poesia. Ovviamente tra tutti i significati la scelta è ricaduta sul conetto di conversione religiosa, infatti la tradizione poetica italiana è molto ricca di rimandi religiosi e trovare un esempio significativo è stato più semplice. Come detto prima ci sono stati molti poeti che hanno scritto di questo tema e per non percorrere una strada troppo battuta mi sono rivolto a un autore molto snobbato al giorno d'oggi: Torquato Tasso. Questo poeta è infatti poco considerato negli studi umanistici per la sua estrema fissazione per la fede, causata dalla sua instabile condizione mentale, e per questo è ritenuto poco interessante. Nonostante ciò ho molto apprezzato l'autore durante i miei studi, e questo suo tormentato rapporto con la fede mi molto affascinato.

Passando ora all'oggetto del post, il passo che ho portato a dimostrare la presenza dell'azione/verbo nella poesia italiana è tratto dal XX e conclusivo canto del poema, ci troviamo davanti a uno dei momenti più emozionanti dell'opera: La Converione di Arminia.

Il passo narra di due figure: Rinaldo, guerriero crociato; Arminia, maga mussulmana. Ho deciso di riportare soltanto il dialogo dei due personaggi perché riportare per intero l'episodio sarebbe stato troppo lungo per ciò allego ai versi una breve introduzione
[L'intero brano è tratto da questa pagina]


Mentre infuria la terribile battaglia finale tra i Crociati e l'esercito egiziano, casualmente Rinaldo si imbatte nella maga Armida, seduta sul suo carro da guerra e circondata dai guerrieri che le hanno promesso la testa dell'uomo che l'ha abbandonata: l'incantatrice tenta più volte di colpirlo con le sue frecce, poi si rende conto di essere ancora innamorata di lui e si allontana, decisa a darsi la morte. Rinaldo, che l'ha vista mentre sbaraglia i campioni pagani della fanciulla, la segue e non solo le impedisce di suicidarsi, ma la consola con parole cortesi, alle quali la maga si dice pronta a convertirsi alla fede cristiana e a diventare la sua fedele serva, pur di restargli accanto.

"O sempre, e quando parti e quando torni
egualmente crudele, or chi ti guida?
Gran meraviglia che 'l morir distorni
e di vita cagion sia l'omicida.
Tu di salvarmi cerchi? a quali scorni,
a quali pene è riservata Armida?
Conosco l'arti del fellone ignote,
ma ben può nulla chi morir non pote.

Certo è scorno al tuo onor, se non s'addita
incatenata al tuo trionfo inanti
femina or presa a forza e pria tradita:
quest'è 'l maggior de' titoli e de' vanti.
Tempo fu ch'io ti chiesi e pace e vita,
dolce or saria con morte uscir de' pianti;
ma non la chiedo a te, ché non è cosa
ch'essendo dono tuo non mi sia odiosa.

Per me stessa, crudel, spero sottrarmi
a la tua feritade in alcun modo.
E, s'a l'incatenata il tòsco e l'armi
pur mancheranno e i precipizi e 'l nodo,
veggio secure vie che tu vietarmi
il morir non potresti, e 'l ciel ne lodo.
Cessa omai da' tuoi vezzi. Ah! par ch'ei finga:
deh, come le speranze egre lusinga!"

Cosí doleasi, e con le flebil onde,
ch'amor e sdegno da' begli occhi stilla,
l'affettuoso pianto egli confonde
in cui pudica la pietà sfavilla;
e con modi dolcissimi risponde:
"Armida, il cor turbato omai tranquilla:
non a gli scherni, al regno io ti riservo;
nemico no, ma tuo campione e servo.

Mira ne gli occhi miei, s'al dir non vuoi
fede prestar, de la mia fede il zelo.
Nel soglio, ove regnàr gli avoli tuoi,
riporti giuro; ed oh piacesse al Cielo
ch'a la tua mente alcun de' raggi suoi
del paganesmo dissolvesse il velo,
com'io farei che 'n Oriente alcuna
non t'agguagliasse di regal fortuna."

Sí parla e prega, e i preghi bagna e scalda
or di lagrime rare, or di sospiri;
onde sí come suol nevosa falda
dov'arda il sole o tepid'aura spiri,
cosí l'ira che 'n lei parea sí salda
solvesi e restan sol gli altri desiri.
"Ecco l'ancilla tua; d'essa a tuo senno
dispon," gli disse "e le fia legge il cenno."

[Gerusalemme Liberata, XX, 61-68; 117-136]


Rinaldo e Armida
Annibale Caracci - 1601

Per Approfondire:

Letteratura Italiana: https://letteritaliana.weebly.com/

Biografia di una parola

Chi tra di noi, nella nostra vita ormai completamente digitalizzata non ha mai avuto problemi con un file illeggibile, con un'immagine che no si apre e mille altri problemi di ogni tipo. Potrei azzardarmi che nessuno che utilizzi anche solo di rado uno strumento digitale non abbia mai avuto un problema del genere. Quindi in preda al nervosismo affoghiamo nel web alla ricerca del metodo più semplice per convertire i nostri file e per goderne il contenuto. Ebbene tutto ciò questo contesto ormai familare si basa sul concetto di conversione che è l'essenza più intima che possiede il verbo "convertire" ai giorni nostri. Ma pensando al fatto che nemmeno un secolo fa i computer non esistevano e neppure i loro più lontani genitori erano ancora nati, vi chiederete quando potesse essere utilizzata questa parola se il contesto di riferimento non esisteva. Ebbene aprendo un semplice dizionario troveremmo conforto in un istante trovando altri contesti e utilizzi di questa parola, ma resta lo stesso sorprendente come tra di loro quest ambiti siano lontani anni luce. Bene, in questo post trateremo appunto la storia di questa parola e come nel tempo sia passata tra religione, acciaierie e compuer.

Come tutte le storie anche questa ha un inizio e il nostro si trova nell'epica e antica repubblica romana, prima che Cesare attraversasse il famoso Rubicone. La nostra è una parola antica nata nel linguaggio più volgare, anche se non fa parte del linguaggio latino più arcaico. Infatti la il verbo ha un antenato: "Vertere". Questo verbo per i romani significava: rivolgersi, girare oppure in chiave militare (come moltissimi verbi di quella guerreggiante società aveva un proprio risvolto bellico) poteva voler dire mettere in fuga. Convertire nasce dunque dall'unione di questo verbo con la particella "cum-" che ne rafforzava il significato portandola su un piano più astratto. In fatti in questa forma la parola perde sempre più il suo significato militare che riamane esclusivo del suo antenato ma in cambio "convertere" (in latino) inizia ad essere usato riferendosi alle persone significando: rivolgersi a qualcuno, far cambiare idea. Con il passare dei secoli si instaura l'impero e la cultura romana subisce una grandissima rivoluzione convertendosi sempre di più al cristianesimo. Per l'appunto il verbo acquista questo nuovo e potente significato religioso.

Passano i secoli, passa il fatidico anno 476 che si porta via con se il maestoso impero romano, ma il latino rimane e il nostro verbo sopravvive. Arriva il medioevo e come in una teca di vetro il verbo non subisce grandi cambiamenti, rimanendo inalterato. La storia scorre e il nostro verbo si rende partecipe in una delle tante guerre che segnano la nostra specie. Arriva l'anno 1095 e si combatte la prima e leggendaria crociata nel insegna della conversione di Gerusalemme al cristianesimo.

Nuovamente la storia riprende il suo corso e non mancano episodi in cui il nostro verbo si fa partecipe a causa della super religiosità della società di quei tempi. Nulla di nuovo però accade nella nostra storia per secoli, fino a quando lentamente dopo la metà del XVIII secolo che porta con se la grande rivoluzione industriale iniziano a nascere le prime acciaierie e le prime industrie chimiche che iniziano a convertire il ferro in acciaio e ghisa. Il nostro verbo cambia quindi casa e inizia a farsi strada tra le industrie e i laboratori lasciando sempre più le chiese e la fede. Sempre in quel periodo la fisica inizia a fare scintille e moltissime delle teorie fondamentali della materia nascono in quegli anni e nel fervore della scoperta ognuno inizia a dare i propri nomi alle grandezze fisiche scoperte, creando confusione e incoerenze tra di loro e cosi che la nostra parola da una mano rendendo possibile la conversione tra le miriadi di unità di misura create.

Siamo arrivati quindi all'incirca nel 1800 e la nostra storia è quasi giunta alla fine la prossima tappa già la conosciamo perchè il nostro verbo arriva nei nostri computer permettendoci di saltare da un file all'altro senza troppa difficoltà. Non resta quindi che immaginare quali altre rivoluzioni umane possano far cambiare di casa alla nostra e a tutte le altre parole.


Illustrazione